Quante altre Niscemi conosciamo?

Quante altre Niscemi conosciamo?
Avevo avuto già modo di scriverlo mesi fa…
Ma ripropongo un pensiero che verrà ampliato e sviscerato anche durante la prima tappa dell’IGNOTUR che si svolgerà il 20 febbraio ad Albenga grazie anche e soprattutto alla partecipazione straordinaria di Alessandro Scarpati, presidente dell’Ordine Regionale dei Geologi della Liguria…
E ve lo dico con tutta la tristezza e la rassegnazione che ho per questo tipo di argomento…
C’è una città, Genova, una regione, la Liguria e una nazione, l’Italia, che non solo contano il più alto numero in percentuale di territorio a rischio (frane, terremoti, mareggiate, alluvioni, siccità), ma che ha già cominciato a pagare il conto di un’urbanizzazione e un’antropizzazione sviluppatasi negli anni ’50, ’60 e ’70 completamente fuori controllo…
Il conto ce lo presenta la vetustà delle opere, che siano muri di contenimento, gallerie, strade, autostrade, impalcati, ponti, non fa differenza…
Ce lo presenta un Pianeta che ricordo essere vivo e non inerte, con i suoi moti convettivi in atmosfera e con i suoi moti convettivi all’interno del suo Mantello, fra Crosta Terrestre e Nucleo…
Roba che si studia a scuola e che si dimentica in fretta…
E ce lo presenta un clima che non è assolutamente e minimamente paragonabile a quello di oltre mezzo secolo fa…
Io non so se le risorse del PNRR siano state indirizzate nel modo giusto o avessero vincoli particolari…
Ma so con certezza che tutta la struttura dell’attuale società e dell’attuale economia, costruita in quegli anni e sviluppatasi ulteriormente negli ultimi anni, oggi, senza un vero e proprio piano Marshall, ci sta già mettendo di fronte all’inevitabile…
Colline che si sgretolano, mareggiate che distruggono interi litorali, muri di contenimento che vengono giù uno dietro l’altro, come un effetto domino…
Invece, da chi dovrebbe parlare di queste cose, sento raccontare ancora favole, di opere di mitigazione del rischio per ridare ai comuni altro terreno, altro territorio da antropizzare, da sfruttare, da spremere sino all’ultimo centimetro quadrato…
Sento ancora parlare di piene cinquantennali o duecentennali, che rappresentano numeri e statistiche di un clima che non c’è più, non che sta cambiando o cambierà ma che è già cambiato e peggiorerà…
Abbiamo mitigato, possiamo tornare a costruire…
Il mantra della narrazione politica è sempre lo stesso…
Per poi piangere all’ennesimo evento che batterà l’ennesimo record, che stravolgerà le statistiche del passato, che farà allargare le braccia a quelli che diranno che una cosa così non si era mai vista…
E verrà un tempo, probabilmente neppure troppo lontano, in cui non basterà più il Mose per difendere Venezia e non basterà più lo scolmatore per difendere Genova…
Nel frattempo i nostri ragazzi crescono senza neppure sapere cosa sia accaduto a Niscemi, cosa sia successo lungo i litorali della Sardegna, della Sicilia e della Calabria…
O come abbiano perso la vita tre ragazzi che passeggiavano dentro un torrente asciutto in una giornata in cui sopra la loro testa neppure pioveva…
Però ce la prendiamo con i siciliani, che la narrazione etichetta come abusivisti per natura, mentre noi, nordici e ligi alle regole di Madre Natura, ci stiamo ammassando sempre più in una striscia di terra stretta tra monti sempre più abbandonati, e un mare sempre più incazzoso…
Ci vogliono più strade, più infrastrutture, più case, più parcheggi, più tutto…
Costruiamo il nuovo e abbandoniamo il vecchio…
Come gli 11mila capannoni di cemento armato dismessi e abbandonati in una regione come il Veneto…
Abbandonati come noi stiamo abbandonando l’80% del nostro territorio dove è diventato sempre più difficile vivere una sorta di normalità…
Dove anche chi prova a rientrare in quelle zone, molto spesso lo fa per ragioni economiche e non certo per tornare ad occuparsi di quei territori come facevano i nostri avi…
Abbandonati alla deriva climatica, alla deriva naturale delle sue frane, delle sue piene, dei suoi boschi, dei suoi (oramai temuti) animali selvaggi…
Salvo poi, quando gli effetti dell’abbandono del territorio, del “progresso” incontrollato o della mancanza di manutenzione ordinaria si riversano o ricadono anche lungo quella striscia di costa che stiamo antropizzando sino all’ultimo centimetro quadrato, correre tutti a scrivere la prima cosa che ci passa per la testa…
Intanto, però, all’interno di quel bacino del Mediterraneo definito dagli scienziati (denigrati, sbeffeggiati, trollizzati e bullizzati di continuo) “hot spot del riscaldamento globale” avvengono quasi più disastri in inverno, in primavera e in estate che durante la stagione delle piogge…
Quante potenziali piccole Niscemi conosciamo?
Solo in Liguria oltre 250mila abitanti, 57mila edifici e quasi 30mila imprese si trovano in un’area a rischio idrogeologico con pericolosità di frane elevata o molto elevata o nella fascia più esposta alle alluvioni…
Chissà se ne siamo tutti consapevoli… ![]()

